Il patriottismo allegro di Benigni

Author it:User:Starlightdi Maria Angela Menghini

Non applaudo per l’intervento di Benigni al Festival di Sanremo per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia, non mi è piaciuto. Non discuto la performance da grande attore, ma quella che ha recitato è l’ennesima esaltazione del primato della nazione “una di patria, di sangue, d’altar”. Celebra, con la sua esegesi dell’inno di Mameli, la religione del Risorgimento con i suoi martiri e i suoi simboli sacri, a modo suo vulgata nei tratti del patriottismo allegro (che attinge tra l’altro alla storia romana e a Dante che diventerebbe persino l’ispiratore del tricolore). Lo fa da grande imbonitore con  padronanza istrionica del suo monologo, lo fa variando sapientemente tutti i suoi accenti, dai tragici ai comici, dai celebrativi agli irriverenti indirizzati all’attualità dello scenario politico rappresentato in platea da onorevoli nervosi delle intemperanze improvvise del toscano (niente paura alla fine c’è un clima di bonaria assoluzione generale all’ombra della bandiera). Ma questo non cambia la sostanza. La visione della storia unitaria è, nel migliore dei giudizi che posso dare, ottocentesca,  la stessa che con la retorica fascista ci ha portato al disastro. Sfugge chiaramente verso il nazionalismo e deve essersene accorto lui stesso, visto che lo evoca come un rischio.

Percorre a rotta di collo gli episodi più disparati della storia, saltandoci sopra come sulle sedie della platea alla premiazione degli Oscar. Per dovere di onestà (per poco che ricordo e vorrei fosse di più) si dica almeno che gli Asburgo del Granducato di Toscana, dipinti da lui come fantocci, sono stati i primi tra i monarchi preunitari a abolire la pena di morte. Peccato che la casa reale più antica d’Europa, nelle cui mani ci siamo votati, abbia consegnato l’Italia alla dittatura senza battere ciglio e sia fuggita senza pensarci due volte al momento della disfatta. La storia non la raccontano gli inni e le marce militari, tanto meno è un catechismo, piuttosto richiede studio paziente e atteggiamento critico e onesto verso i fatti e i personaggi. Invece a vedere i politici applaudire dai loro posti d’onore, con il sorriso sforzato, chissà perché, si ha l’impressione che loro questa storia non la conoscano granché nemmeno a grandi salti.

Insomma di questa idea della storia il cui scopo sarebbe rafforzare la coscienza identitaria di chi la studia, dimostrando che il nostro Paese è la culla delle arti e della grandezza militare dei romani che hanno scongiurato il sopravvento fenicio (si potrebbe anche leggere africano), di questa mistica della nazione ritengo che si possa ormai, e si debba, fare a meno per fare posto a una storia seria, scientifica, ma soprattutto  intellettualmente onesta, quella multiculturale e quella degli sbarchi  e dei naufragi di questi giorni nello stesso mare di Annibale e Scipione, tanto per fare un esempio. Storia di problemi ancora aperti tra meridione e settentrione, di ennesima attesa dell’uomo forte cui votarsi per il ventennio di turno. Benigni fa, come è vero, richiamo all’Italia “sventrata  dagli stranieri” da cui ci siamo liberati, ma non è ancora più grave che siamo oggi invece sventrati più che da stranieri da governanti estranei, politici lontani dalla realtà del paese in crisi? Se dobbiamo difendere il valore dell’unità e di questo secolo e mezzo, almeno leggiamola tutta la storia che è più complessa e sfaccettata di come può risolversi in un inno nazionale. Non mi sognerei semplificazioni così all’ingrosso nel mio lavoro di insegnante pur avendo a che fare con preadolescenti e pur dovendo per definizione semplificare, non condivido l’impostazione del comico che si fa catechista dell’unità d’Italia. Per essere contenti dell’unità d’Italia non è necessario farne una religione. Cerco di essere seriamente italiana lavorando in una scuola pubblica massacrata, di costruire giorno per giorno, anno per anno con i miei alunni un quadro storico e un’educazione civica paziente che renda conto della complessità, delle luci e delle ombre, per  1500 euro al mese (e sono già fortunata ad avere un posto di ruolo mentre si aggrava la condizione dei precari che pure ho vissuto per anni). Cerco questa serietà salvo poi vedere spazzato via in un colpo il valore del mio lavoro e di quello di centinaia di miei colleghi. Per un cachet di 250000 euro Benigni può utilizzare a spese nostre il palcoscenico di Sanremo per dire in buona sostanza che siamo i migliori del mondo  e dobbiamo sentirne l’orgoglio e perciò fare festa il 17 marzo. Conclude in bellezza la Canalis, che solo pochi giorni fa ha criticato la manifestazione delle donne in piazza in difesa della dignità, dicendo che oggi, per la prima volta  dopo il discorso di Benigni, si è sentita fiera di essere italiana (bontà sua).

Salvo dell’intervento del comico solo l’invito a svegliarsi (sarebbe ora) e l’inno di Mameli intonato a cappella, c’è qualcosa sì di struggente e triste in tutto ciò, ma non mi lascio incantare e canticchio piuttosto con Gaber:  “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

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7 Responses to Il patriottismo allegro di Benigni

  1. nazzareno ha detto:

    Apprezzo lo sforzo di dire la tua. Ma come si diceva una volta: apprezzo lo sforzo ma ti meriti un 6- -; Mi sembra che oggi gli intellettuali progressisti o non parlano o devono per forza dire qualcosa “contro”. Ma ci rendiamo conto che siamo in balia di un sig. abilissimo ma che ci sta facendo sprofondare come “Italia” in una crisi economica senza precedenti e, se non fossimo inseriti in un contesto europeo, in una dittatura? L’opposizione è incapace di fare il loro mestiere perché prigioniera di se stessa e della sua storia e una classe intellettuale o silenzioso o narcisista e che pensa solo a dire qualcosa contro senza proporre niente? Se andiamo dietro alla Lega (non penso che te sia leghista ma le tue argomentazioni la favoriscono) credi che gli insegnanti potranno mantenere quei miserrimi 1500 ero/mese?

  2. Maria Angela Menghini ha detto:

    Hai ragione, ho tralasciato un altro lato notevole dell’intervento di Benigni, le stoccate alla lega.
    No, non sono leghista e non intendo favorire né la lega né la volgarità, e neanche il solo parlar contro.
    Ho parlato di storia, perché di insegnare la storia mi occupo.
    Ti ringrazio dell’apprezzamento anche se minimo. Ma anzi, siamo noi che dovremmo apprezzare Benigni, lui è un comico e fa bene a fare quello che fa, però senza nulla di nuovo da offrire salvo la scena, senza leggere i tempi e alla fine facendo contenti tutti (tirano un sospiro di sollievo Larussa e compagni leghisti e alla fine applaudono, tanto di cappello a lui che ce li ha costretti).
    Benigni si limita a rieditare la retorica del primato degli italiani, dei cattivi austriaci (che fornivano il più alto grado di istruzione in una Italia analfabeta ovunque)e dei cattivi stranieri rovesciati dal valore delle nostre memorabili guerre. Oggi siamo europei, ma se facessero questa storia gli altri stati che ci dovremmo aspettare? Che la Germania rievocasse il pangermanesimo in quanto presente nella sua tradizione retorica?
    Con questi toni legittimiamo pure la democrazia portata con la guerra, se alla fine si impone il fine e i morti sacrificati sarano valsi allo scopo? No, sarebbe ora di una storia diversamente impostata.
    Lui fa il comico, ma i politici, anche gli storici veri, non i docenti di scuola media come me che dicano qualcosa dove seono?
    Per quanto riguarda le proposte faccio un esempio e ancora sempre e solo per la scuola e precariato scolastico. Non si poteva fare una formazione seria sull’unità anziché solo retorica e solo sbattersi indecentemente davanti a noi per decidere se si debba o non debba fare festa il 17? Non si potevano lasciare in servizio i precari impiegandoli per tanto lavoro che c’è da fare nelle scuole (altissime percentuali di extracomunitari da decenni ormai che avrebbero bisogno di una parte del monte ore dedicato seriamente a loro, handicap e dislessie e problemi di apprendimento sempre più diffusi a fronte dei quali si taglia anziché offrire supporto, per non parlare del supporto psicologico che ci vorrebbe, e di biblioteche e uffici per i docenti, anche solo basterebbe cominciare dall’edilizia scolastica da mettere in sicurezza (in certi casi le scuole sono ancora nei conventi confiscati alla Chiesa con l’Unità di’Italia).
    Ma qui si parlava di retorica storica e io affermo che siamo europei e multietnici e sarebbe ora che cominciassimo a considerare la guerra un tabù, la musica ottocentesca non ci serve più.
    Mi accontento del 6.
    Grazie e ciao

    Maria Angela

    • nazzareno ha detto:

      Oggi se vivessimo in un paese normale nel quale i cittadini sono veramente liberi anche di non essere continuamente bombardati dai mezzi di comunicazione di un sig.re quasi ottantenne che cerca di trasformare le sue incapacità e i sui vizi in virtù ed esempi da seguire e nel quale si dà per certo che l’unità del paese è un dato di fatto scontato, una riflessione critica sulla nostra storia sarebbe necessaria e doverosa.
      Ma purtroppo oggi non è così.
      Quel piccolo o grande contributo che ha dato Benigni è stato uno scossone all’apatia e alla pigrizia di troppi, anche di intellettuali, che curano ognuno il proprio orticello invece di iniziare a mettere la propria faccia e il proprio cervello per salvare questa barca che sta affondando sia economicamente che moralmente.
      Abbiamo la consapevolezza, questo è il mio modesto parere, che questo paese se non si dà una nuova classe dirigente e non individua nuove strategie, programmi e idealità non solo non rimarrà in Europa ma nemmeno potrà aspirare di diventare un membro dell’Africa del nord?
      Per questo se un intellettuale (Benigni non è solo un comico) cerca di mettersi a ragionare, a modo suo, sull’Italia e sugli italiani e le sue radici perchè non cogliere quanto di positivo dice invece di tirare fuori quella modalità propria degli intellettuali di distruggere e ironizzare su tutto?
      Comunque mi ha fatto piacere leggere il tuo contributo, che è scritto molto bene, su questo sito che è stato ideato anche per aprire un dibattito, non solo sulla cultura ma anche sulla contemporaneità, e raccogliere e proporre idee e riflessioni di persone e intellettuali come te.
      Per questo ti ringrazio e spero e speriamo che continui ad inviare i tuoi preziosi e stimolanti contributi.

  3. Maria Angela Menghini ha detto:

    Mameli. Storia dell’inno e dell’autore.
    Questa è l’Italia.
    Interessante inchiesta di uno storico.

    http://www.linkiesta.it/mameli-manco-morto-volevano

    M.A.

  4. Maria Angela Menghini ha detto:

    Con parole migliori e migliori competenze delle mie.

    http://alfredoferrara.blogspot.com/2011/02/lesegesi-di-benigni-unappassionata.html

    M.A.

  5. Elena Antonelli ha detto:

    Maria Angela,
    grazie per i tuoi interventi. Leggo costernata che si pensa che l’Italia possa essere salvata dai tre Roberto (Benigni, Saviano, Vecchioni), con tutto il rispetto che ho per loro e le loro professionalità, penso ad altri, più numerosi e anonimi. E tra questi vedo insegnanti coraggiosi e preparati come te.
    La storia e la storiografia del Risorgimento e’ un bel problema, come la scrittura di tutte le storie delle epopee nazionali. I nostri problemi non sono così gravi come quelli della Turchia (che non riesce a riconoscere il genocidio armeno), ma molto più complicati. A parte l’inevitabile stimolo celebrativo, comune a tutte le epopee nazionali, noi dobbiamo fare i conti con le ideologie del secolo scorso che hanno imposto interpretazioni molto lontane dalla cultura liberale del tempo che si voleva descrivere, con i risultati del Concordato, che hanno posto una serie di tabù su problemi che l’irrisolta separazione della storia della Chiesa da quella dello Stato Pontificio ha lasciato aperti, oltre che su anni di guerra civile (il cosiddetto “brigantaggio”)che, per “carità di Patria”, si tende a sottovalutare. Su tutto questo si riversa la squallida fine del passato Ventennio, con il diffuso rifiuto del “patriottismo” della seguente generazione…

  6. Maria Angela Menghini ha detto:

    Il fatto è che questo ventennio è più subdolo, ma non meno squallido. Sempre solo per restare al tema della scuola pubblica si guardi come chi ci dovrebbe rappresentare ci offende e ci smantella pezzo dopo pezzo.
    Bisogna reagire anche se la tentazione di lasciarsi sopraffare dall’avvilimento è forte.
    Invito a firmare gli appelli sia su L’Unità che su Repubblica (on line).
    Grazie a tutti voi che contribuite a questo sito.

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