Il patriottismo allegro di Benigni

18 febbraio 2011

Author it:User:Starlightdi Maria Angela Menghini

Non applaudo per l’intervento di Benigni al Festival di Sanremo per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia, non mi è piaciuto. Non discuto la performance da grande attore, ma quella che ha recitato è l’ennesima esaltazione del primato della nazione “una di patria, di sangue, d’altar”. Celebra, con la sua esegesi dell’inno di Mameli, la religione del Risorgimento con i suoi martiri e i suoi simboli sacri, a modo suo vulgata nei tratti del patriottismo allegro (che attinge tra l’altro alla storia romana e a Dante che diventerebbe persino l’ispiratore del tricolore). Lo fa da grande imbonitore con  padronanza istrionica del suo monologo, lo fa variando sapientemente tutti i suoi accenti, dai tragici ai comici, dai celebrativi agli irriverenti indirizzati all’attualità dello scenario politico rappresentato in platea da onorevoli nervosi delle intemperanze improvvise del toscano (niente paura alla fine c’è un clima di bonaria assoluzione generale all’ombra della bandiera). Ma questo non cambia la sostanza. La visione della storia unitaria è, nel migliore dei giudizi che posso dare, ottocentesca,  la stessa che con la retorica fascista ci ha portato al disastro. Sfugge chiaramente verso il nazionalismo e deve essersene accorto lui stesso, visto che lo evoca come un rischio.

Percorre a rotta di collo gli episodi più disparati della storia, saltandoci sopra come sulle sedie della platea alla premiazione degli Oscar. Per dovere di onestà (per poco che ricordo e vorrei fosse di più) si dica almeno che gli Asburgo del Granducato di Toscana, dipinti da lui come fantocci, sono stati i primi tra i monarchi preunitari a abolire la pena di morte. Peccato che la casa reale più antica d’Europa, nelle cui mani ci siamo votati, abbia consegnato l’Italia alla dittatura senza battere ciglio e sia fuggita senza pensarci due volte al momento della disfatta. La storia non la raccontano gli inni e le marce militari, tanto meno è un catechismo, piuttosto richiede studio paziente e atteggiamento critico e onesto verso i fatti e i personaggi. Invece a vedere i politici applaudire dai loro posti d’onore, con il sorriso sforzato, chissà perché, si ha l’impressione che loro questa storia non la conoscano granché nemmeno a grandi salti.

Insomma di questa idea della storia il cui scopo sarebbe rafforzare la coscienza identitaria di chi la studia, dimostrando che il nostro Paese è la culla delle arti e della grandezza militare dei romani che hanno scongiurato il sopravvento fenicio (si potrebbe anche leggere africano), di questa mistica della nazione ritengo che si possa ormai, e si debba, fare a meno per fare posto a una storia seria, scientifica, ma soprattutto  intellettualmente onesta, quella multiculturale e quella degli sbarchi  e dei naufragi di questi giorni nello stesso mare di Annibale e Scipione, tanto per fare un esempio. Storia di problemi ancora aperti tra meridione e settentrione, di ennesima attesa dell’uomo forte cui votarsi per il ventennio di turno. Benigni fa, come è vero, richiamo all’Italia “sventrata  dagli stranieri” da cui ci siamo liberati, ma non è ancora più grave che siamo oggi invece sventrati più che da stranieri da governanti estranei, politici lontani dalla realtà del paese in crisi? Se dobbiamo difendere il valore dell’unità e di questo secolo e mezzo, almeno leggiamola tutta la storia che è più complessa e sfaccettata di come può risolversi in un inno nazionale. Non mi sognerei semplificazioni così all’ingrosso nel mio lavoro di insegnante pur avendo a che fare con preadolescenti e pur dovendo per definizione semplificare, non condivido l’impostazione del comico che si fa catechista dell’unità d’Italia. Per essere contenti dell’unità d’Italia non è necessario farne una religione. Cerco di essere seriamente italiana lavorando in una scuola pubblica massacrata, di costruire giorno per giorno, anno per anno con i miei alunni un quadro storico e un’educazione civica paziente che renda conto della complessità, delle luci e delle ombre, per  1500 euro al mese (e sono già fortunata ad avere un posto di ruolo mentre si aggrava la condizione dei precari che pure ho vissuto per anni). Cerco questa serietà salvo poi vedere spazzato via in un colpo il valore del mio lavoro e di quello di centinaia di miei colleghi. Per un cachet di 250000 euro Benigni può utilizzare a spese nostre il palcoscenico di Sanremo per dire in buona sostanza che siamo i migliori del mondo  e dobbiamo sentirne l’orgoglio e perciò fare festa il 17 marzo. Conclude in bellezza la Canalis, che solo pochi giorni fa ha criticato la manifestazione delle donne in piazza in difesa della dignità, dicendo che oggi, per la prima volta  dopo il discorso di Benigni, si è sentita fiera di essere italiana (bontà sua).

Salvo dell’intervento del comico solo l’invito a svegliarsi (sarebbe ora) e l’inno di Mameli intonato a cappella, c’è qualcosa sì di struggente e triste in tutto ciò, ma non mi lascio incantare e canticchio piuttosto con Gaber:  “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

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